venerdì 9 gennaio 2009

Senza rimpianti



Oggi ho letto uno scritto che non posso non trascrivere qui. Lo sento molto mio e ringrazio tantissimo a chi l'ha scritto.

Buddismo e Società n.98 maggio giugno 2003
Una frase dal Gosho:
Senza rimpianti
di Marina Marrazzi
Arrivare a vedere “la luna sopra la capitale” costringe a cercare una soluzione che non è a portata di mano, per trovare la quale serve fare affidamento alla Buddità dentro di noi. Per questo è così difficile, e così importante, non fermarsi


«Sviluppa sempre più la tua fede dal primo all’ultimo istante, altrimenti avrai dei rimpianti. Per esempio, il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale? Qualunque cosa accada, rimani vicino al prete che conosce il cuore del Sutra del Loto, continua a imparare sempre più le verità del Buddismo e prosegui il viaggio della fede» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol.4, p.245).
Una frase famosa ed evocatrice. Incoraggiante.
Perché ci dice che c’è una strada, e che c’è anche una meta. Che la strada è alla nostra portata, e che per arrivare basta non fermarsi. Che in questo viaggio – della fede – gli sforzi saranno premiati, e che alla fine, al dodicesimo giorno, potremo godere la gioia dell’arrivo: potremo finalmente ammirare la luna sopra la capitale. E soprattutto dice che questa luna c’è, non bisogna dubitarne. Basta solo camminare e non fermarsi prima di essere arrivati.
Sì, una frase incoraggiante.
Mi concentrerò su tre punti.

Non fermarsi.
Vai fino in fondo. Persevera. Non cambiare idea. Non accontentarti di una tappa intermedia se il tuo obiettivo è più lontano. C’è stato chi una volta mi ha detto: «Ma questo “non fermarti” se non quando hai risolto è come un attaccamento al tuo desiderio, un non voler vedere altro e rimanere fissati lì». Mi ha fatto pensare.
Così mi sono concentrata su questo famoso brano del Gosho: «Qualunque cosa accada […] prosegui il viaggio della fede». E ho intuito: la perseveranza può essere un modo per sviluppare la fede. Anzi: la differenza tra caparbietà e perseveranza, tra attaccamento e trasformazione, sta proprio nel fatto di predisporsi o meno a sviluppare la fede. Perché non accontentarsi, non fermarsi, andare avanti – anche a piedi nudi e con poca acqua nella borraccia – per arrivare a vedere “la luna sulla capitale” induce a cercare una soluzione che non è a portata di mano, per trovare la quale serve fare affidamento sulla Buddità dentro di noi. E serve predisporsi a un cambiamento imprevedibile del nostro punto di vista, basato sulla fiducia di potere contare sulla nostra natura illuminata.
È così che, paradossalmente, la più benefica conseguenza della perseveranza nei confronti di un obiettivo (per quanto “personale” possa sembrare all’inizio) diventa proprio la profondità del cambiamento che, grazie a questa, ci disponiamo a compiere dentro di noi. Perché questa disponibilità a cambiare prospettiva, usando come unici punti di riferimento il Daimoku, l’insegnamento del Sutra del Loto per cui siamo già Budda, il coraggio che ci deriva dalla lettura delle parole di Nichiren e che ci fa sperimentare l’effetto di azioni controcorrente rispetto al nostro standard, vuol dire disporsi ad approfondire la fede.
Ed è così che quell’attitudine apparentemente così simile allo sterile attaccamento diventa un modo formidabile (a volte l’unico modo) per cambiare una parte oscura di noi, per togliere quell’illusione che blocca l’emergere della Buddità e di conseguenza impedisce di ottenere il risultato desiderato.
Ma molto più spesso ci si ferma prima. Perché ci si ferma?

Fermarsi.
È il rischio di quando, pur mettendocela tutta, non succede niente. È il rischio di quando, pur facendo il massimo, gli ostacoli resistono o aumentano.
Così viene voglia di smettere di crederci. Di non faticare più. Di non provare più a pensare che c’è una soluzione e che questa dipende da noi. Viene voglia di fermarsi.

«Sviluppa sempre più la tua fede dal primo all’ultimo istante, altrimenti avrai dei rimpianti». Così ci esorta Nichiren.
Mi dispiacerebbe avere rimpianti. Ma c’è la paura che mi fa fermare. C’è la pigrizia. La stupidità. La sfiducia. La rabbia. C’è la confusione e il dubbio non mitigati dalla forza e dalla voglia di andare a vedere quello che c’è dietro. C’è la paura di vedere che dietro non c’è niente, che la felicità è un’illusione, e che l’esistenza intera non è altro che rincorrere illusioni.
È in questi momenti che una scelta mi si prospetta davanti: lasciare perdere, fermarmi, smettere di “sviluppare la mia fede”, oppure rilanciare, e decidere di mettere alla prova la vita, la mia vita, l’insegnamento buddista che promette felicità assoluta grazie alla trasformazione delle sofferenze.

Esiste un altro modo di fermarsi: è quando ci si dice «è fatta». Quando, avendo attraversato la durezza di una prova difficile, avendo messo in gioco tutte le risorse e tenuto saldi i nervi e ferma l’intenzione verso l’obiettivo, e proprio grazie a tutto questo aver ottenuto il risultato desiderato, si pensa di aver realizzato la vita intera. Quando si crede che tutta l’energia impiegata, e tutto il bene ottenuto – la salute “miracolosamente” ritrovata, il grande amore finalmente corrisposto, il lavoro dei sogni incredibilmente riconosciuto dagli altri e ben retribuito – siano il massimo che si potesse tirare fuori dalla nostra esistenza, e che a questo punto non ci resti che riposare.
Non che ci sia qualcosa di male nell’assaporare un bel beneficio e godere del risultato raggiunto, tutt’altro. Il rischio si affaccia quando smettiamo di cercare di affinare le nostre capacità (di sperare, di impegnarci, di ascoltare, di dedicarci, di aiutare, di capire, di cambiare) e ci appaghiamo solo della vista di quanto abbiamo raggiunto, sintonizzandoci giorno dopo giorno, mese dopo mese, soltanto con quel compiuto senso di soddisfazione che non ci fa desiderare altro.
È così che ci fermiamo nel viaggio della fede. Ma facendo in questo modo, Nichiren avverte, avremo dei rimpianti.
Perché quando raggiungiamo un obiettivo attraverso la fede, recitando Daimoku per trovare la strada, in realtà troviamo molto di più di quella semplice strada. Scopriamo parti di noi, e capiamo un po’ di più come funziona la vita. Impariamo a guardarci e a guardare le altre persone con più serietà ma anche con più benevolenza,


più rispetto ma anche più tenerezza. Impariamo a non scoraggiarci di fronte a una salita troppo ripida, a non spaventarci di fronte a un dolore o a una difficoltà che sembrano richiederci troppo. Queste abilità non si imparano mai una volta per tutte. Per non avere un giorno dei rimpianti, dobbiamo impegnarci a coltivarle e a farle crescere con costanza.

Se ci fermiamo, se rinunciamo ad attivare ogni giorno la Buddità – impresa mai del tutto ovvia ma che sempre richiede una certa spinta “contro tendenza” – è come se rinunciassimo a sviluppare le doti che ci insegnano a viaggiare con signoria nella vita. Felici e a nostro agio. Camminando con gli occhi aperti e i piedi per terra fino in fondo. Fino in fondo. Senza rimpianti fino all’ultimo istante.

Arrivare.
Quel giorno ero andata a trovare Olimpia. Lei stava in una clinica per malati terminali. Lei, così bella, spiritosa, vera. Dalla sua flebo gocciavano ininterrottamente i sedativi per combattere i dolori fortissimi che il tumore le provocava. Dormiva spesso. Poi ogni tanto si svegliava. «Raccontami qualcosa di bello» mi aveva detto quel giorno, come se ci trovassimo sedute sul divano di casa sua. Io, presa in contropiede, le avevo risposto che di lì a poco sarei andata in redazione, e che avrei cominciato a scrivere un articolo su una frase di Gosho, quella che dice che da Kamakura a Kyoto ci vogliono dodici giorni e che non ti devi fermare all’undicesimo perché sennò non puoi vedere la luna sulla capitale. Lei mi aveva sorriso annuendo, come a dire: sì sì, me la ricordo bene… E così le avevo domandato: «Ma a te che ti dice questa frase, che cos’è che ti colpisce, che ti piace di più?» Ci aveva pensato un attimo, seria. Poi, guardandomi, era andata diretta: «Quello che mi piace di più è la luna sulla capitale. Ma è difficile… ». Sì, Oli, quanto è difficile, avevo pensato tra me, trasalendo un po’. «Sì… è difficile» avevo ripetuto. Senza dircelo chiaro, sono certa che pensavamo alla stessa cosa: quanto è difficile accettare di morire, e riuscire ad arrivarci senza paura. Arrivare sempre più vicino a quella strettoia, dove si fanno i conti quelli veri, e sentire dentro che, a poco a poco, il terrore lascia il posto a quella compiutezza e pienezza che si provano quando hai raggiunto un obiettivo “impossibile” attraverso la pratica. Quella luna sulla capitale mi è apparsa in quel momento come la luna più luminosa e più grande che avrei prima o poi voluto raggiungere. Quella per cui vale la pena vivere con coraggio ogni pezzo di ogni giornata.
Le dissi che avrei scritto questo articolo pensando alla nostra conversazione, che avrei utilizzato le sue parole. Che lo avremmo “scritto insieme”. Poi ci siamo messe a recitare un po’ di Daimoku. Olimpia è morta dopo quindici giorni. Chi le è stata accanto in quelle ore di passaggio mi ha detto che la sua è stata una morte serena.

Mi piacerebbe arrivare alla morte come a un esame che non fa più paura. Agli esami ci si prepara studiando.

9 commenti:

Geraldo Maia ha detto...

Ciao Pansy
Un cordiale saluto dal Brasile, con tutte le migliori:
Geraldo

ROXI B-Mora fanclub ha detto...

Ciao bella... come stai? Passato bene il capodanno? :) baciii

Clelia ha detto...

Bellissimo il pezzo sul non fermarsi. Mai accontentarsi quando si puo raggiungere un sogno

un abbraccio da lONDRA

Clelia

daniela ha detto...

Bellissimo. Credo che me lo copierò tra qualche parte e lo rileggerò tutti i giorni. Grazie Viola cara, e spero proprio che domani a quest'ora saremo insieme a condividere una pizza e tutto il resto. ;-)

daniela ha detto...

L'ho pubblicato su Fb, non ti dispiace vero? :-)

Marco tartaruga ha detto...

bel pezzo!

MasterMax ha detto...

Ciao Bella, un bel pezzo davvero, ti ho letto spesso in silenzio in queste settimane e noto con piacere che stai attraversando un buon cammino. Ti auguro che continui sempre più immerso nella luce.

Un abbraccio, Max

Mat ha detto...

tesorissimo, tantissimi auguri!!!
sono tornato, nn avrai davvero creduto che sparissi cosi!!!
ehehehe
un abbraccio sensei-zionale
ahahah

Veggie ha detto...

Sono meravigliosi i messaggi positivi che riesci ogni volta a trasmettere con le tue parole... e la cosa più bella è che si tratta di una positività che va al di là delle idee religiose, ma che si fonde con la vita e può essere considerata come un grande incoraggiamento per ciascuna di noi... Hai ragione, ma arrendersi... anche quando è difficile, bisogna sempre cercare di continuare a camminare...
Grazie...